3) Condillac. Confronto con Cartesio sugli animali.

Dopo aver accusato Cartesio di aver teorizzato la riduzione degli
animali a macchine per non aver avuto la pazienza d'indagare con
attenzione il mondo della natura, Condillac afferma che gli
animali non sono macchine, perch sono dotati di volont.
. B. de Condillac, Trattato sugli animali, Parte primo, capitolo
primo  (pagina 286).

Era poco per Descartes aver tentato di spiegare la formazione e la
conservazione dell'universo con le sole leggi del movimento,
bisognava anche limitare al puro meccanismo persino esseri
animati. Pi un filosofo ha generalizzato un'idea, pi vuole
generalizzarla. E' interessato a estenderla a tutto, perch gli
sembra che il proprio spirito si estenda con essa ed essa diventa
subito nella sua immaginazione la prima ragione dei fenomeni.
Spesso  la vanit che genera questi sistemi, e la vanit  sempre
ignorante;  cieca, vuole esserlo e tuttavia vuole giudicare.
Considera i fantasmi che produce abbastanza reali: avrebbe timore
di vederli dissiparsi.
Questo  il motivo segreto che porta i filosofi a spiegare la
natura senza averla osservata, o almeno dopo osservazioni
abbastanza superficiali. Presentano solo nozioni vaghe, termini
oscuri, supposizioni gratuite, innumerevoli contraddizioni. Ma
questa confusione  loro favorevole: la luce distruggerebbe
l'illusione, e se non si smarrissero, che cosa rimarrebbe a molti
di loro? Hanno dunque una grande fiducia, e gettano sguardi
sprezzanti sugli osservatori saggi, che parlano solo sulla base di
ci che vedono, e che vogliono vedere solo ci che : ai loro
occhi sono piccoli spiriti che non sanno generalizzare.
Dunque,  cos difficile generalizzare, quando non si conosce n
l'esattezza n la precisione? E' cos difficile prendere un'idea
come per caso, estenderla e farne un sistema?.
Solo i filosofi che osservano scrupolosamente possono
generalizzare. Considerano i fenomeni, ognuno sotto tutti i suoi
aspetti, li confrontano e, se  possibile scoprire un principio
comune a tutti, non lo lasciano sfuggire. Non si affrettano dunque
a immaginare, anzi, generalizzano solo perch vi sono costretti
dalla serie delle osservazioni. Ma quelli che biasimo, meno
circospetti, costruiscono con una sola idea generale i sistemi pi
belli. Cos, col solo movimento di una bacchetta, l'incantatore
solleva, distrugge, cambia ogni cosa secondo i propri desideri, e
si direbbe che le fate siano state inventate per dirigere questi
filosofi.
Questa critica  esagerata, se la si applica a Descartes, e si
dir indubbiamente che avrei dovuto scegliere un altro esempio.
Effettivamente dobbiamo tanto a questo genio, che non saremmo in
grado di parlare dei suoi errori con sufficiente riguardo. Ma del
resto si  ingannato solo perch si  affrettato troppo a fare
sistemi, e io ho creduto di poter afferrare questa occasione, per
far vedere quanto s'ingannino tutti quegli spiriti che si vantano
pi di generalizzare che di osservare.
Ci che vi  di pi favorevole per i princpi che adottano, 
l'impossibilit in cui si trova talvolta di dimostrarne, con
rigore, la falsit. Sono leggi alla quali pare che Dio avrebbe
potuto dare la preferenza; e, se lo ha potuto, lo ha dovuto,
conclude il filosofo che calcola la saggezza divina in base alla
propria.
Con questi ragionamenti vaghi si prova tutto ci che si vuole, e
di conseguenza non si prova niente. Io voglio che Dio abbia potuto
ridurre le bestie al puro meccanismo; ma lo ha fatto? Osserviamo e
giudichiamo, a questo dobbiamo limitarci.
Si danno corpi il cui corso  costante e uniforme, non scelgono la
loro strada, obbediscono a un impulso esterno. Non avrebbero
bisogno delle sensazioni, d'altronde non dimostrano in nessun modo
di sentire: sono dunque sottomessi alle sole leggi del movimento.
Altri corpi restano legati al luogo in cui sono nati: non devono
cercare nulla, non devono fuggire nulla. Il calore della terra
basta per trasmettere in tutte le loro parti la linfa che le
nutre, non hanno organi per giudicare ci che  adatto ad essi:
non scelgono, vegetano.
Ma anche le bestie vegliano sulla propria conservazione: si
muovono come vogliono, afferrano ci che  adatto, respingono,
evitano ci che  contrario, gli stessi sensi che regolano le
nostre azioni sembrano regolare le loro. In base a che cosa si
potrebbe supporre che i loro occhi non vedano, che le loro
orecchie non sentano, in una parola, che non abbiamo sensazioni?.
A rigore questa non  una dimostrazione. Quando si tratta di ci
che si sente, evidentemente  dimostrato per noi soltanto ci di
cui ognuno ha coscienza. Ma poich non conosco ci che sentono gli
altri uomini, sar questa una ragione per metterlo in dubbio? Mi
baster dire che Dio pu formare automi che sarebbero in grado di
fare, con un movimento meccanico, ci che io stesso faccio con la
riflessione?.
Il disprezzo sarebbe la sola risposta a simili dubbi. Vaneggiare 
cercare l'evidenza ovunque, sognare  elevare sistemi su
fondamenti puramente gratuiti. Filosofare  afferrare il giusto
mezzo tra questi due estremi.
C' dunque altro nelle bestie oltre al movimento: non sono puri
automi, provano sensazioni.
. B. de Condillac, Opere, UTET, Torino, 1976, pagine 582-584.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
4) Condillac. Gli animali e l'uomo.

Dopo aver sottolineato il suo atteggiamento antimetafisico,
Condillac sintetizza in questo modo la differenza fra l'uomo e
l'animale: le circostanze comandano le bestie, l'uomo invece le
giudica ed  libero. Condillac conclude affermando che comunque,
nonostante l'incomparabile superiorit dell'uomo sull'animale,
anch'egli  fa parte di tutto questo sistema generale, che avvolge
tutti gli esseri animali.
. B. de Condillac, Trattato sugli animali, Parte secondo,
capitolo decimo e Conclusione  (pagina 286).

In che cosa l'intelletto e la volont delle bestie differiscono
dall'intelletto e dalla volont dell'uomo? Non sar difficile
rispondere a questa domanda, se cominciamo col farci idee esatte
di queste parole, intelletto, volont.
Pensare, nel significato pi esteso,  avere sensazioni, prestare
la propria attenzione, ricordarsi, immaginare, confrontare,
giudicare, riflettere, formarsi idee, conoscere, desiderare,
volere, amare, sperare, temere, cio, questa parola si riferisce a
tutte le operazioni dello spirito.
Pensare non significa dunque una maniera d'essere particolare, 
un termine astratto, sotto il quale si comprendono generalmente
tutte le modificazioni dell'anima.
Queste modificazioni si dispongono comunemente in due classi: si
considera una la facolt che riceve le idee, che ne giudica, e la
si chiama intelletto; si considera l'altra un movimento
dell'anima, e la si chiama volont.
Molti filosofi disputano sulla natura di queste due facolt, fanno
difficolt a comprendersi perch, non sospettando che si tratti di
nozioni astratte, le considerano cose molto reali, che esistono in
qualche modo separatamente nell'anima e che hanno ciascuna un
carattere essenzialmente differente. Le astrazioni realizzate sono
una fonte di dispute vane e di cattivi ragionamenti [_].
Una conseguenza di questa spiegazione e dei princpi che abbiamo
stabilito in quest'opera,  che, nelle bestie, l'intelletto e la
volont comprendono solo le operazioni alle quali la loro anima si
abitua, e che, nell'uomo queste facolt si estendono a tutte le
operazioni alle quali presiede la riflessione.
Da questa riflessione nascono le azioni volontarie e libere. Le
bestie agiscono come noi senza ripugnanza, e questa  gi una
condizione perch un atto sia volontario, ma ne occorre anche
un'altra; infatti voglio non significa soltanto che una cosa 
gradevole per me, significa anche che  l'oggetto della mia
scelta. Ora, si sceglie solo tra le cose di cui si dispone. Non si
dispone di niente quando si obbedisce soltanto alle proprie
abitudini, si segue soltanto l'impulso dato dalle circostanze. Il
diritto di scegliere, la libert, appartiene dunque soltanto alla
riflessione. Ma le circostanze comandano alle bestie, l'uomo
invece giudica queste circostanze, vi si presta, vi si rifiuta, si
guida da s, vuole,  libero [_].
Nulla  pi ammirevole della generazione della facolt degli
animali. Le sue leggi sono semplici, generali, sono le stesse per
tutte le specie, e producono tanti sistemi differenti quante sono
le variet nell'organizzazione. Se il numero, o se soltanto la
forma degli organi non  la stessa, i bisogni variano, e danno
occasione nel corpo e nell'anima, ciascuno a operazioni
particolari. Cos ogni specie, oltre le facolt e le abitudini
comuni a tutte, ha abitudini e facolt che le appartengono
esclusivamente.
La facolt di sentire  la prima di tutte le facolt dell'anima, 
anche la sola origine delle altre e tutte sono solo trasformazioni
dell'essere capace di sensibilit. La sensibilit ha nelle bestie
il grado di intelligenza che chiamiamo istinto, e nell'uomo il
grado superiore, che chiamiamo ragione.
Il piacere e il dolore sono il filo conduttore di tutte le
trasformazioni. Insegnano all'anima a pensare per s e per il
corpo, e il corpo impara a muoversi per s e per l'anima. Il
piacere e il dolore stabiliscono collegamenti tra tutte le
conoscenze acquisite, per formare le serie di idee che rispondono
a bisogni differenti, e che si riproducono tutte le volte che i
bisogni si rinnovano. Per mezzo del piacere e del dolore, in una
parola, l'animale gode di tutte le proprie facolt.
Ma ogni specie ha piaceri e dolori che non sono i piaceri e i
dolori degli altri. Ognuna ha dunque i propri differenti bisogni,
ognuna provvede separatamente alla propria conservazione, ha pi o
meno bisogni, pi o meno abitudini, pi o meno intelligenza.
Per l'uomo i piaceri e i dolori crescono di pi. Alle qualit
fisiche degli oggetti, l'uomo aggiunge qualit morali, e trova
nelle cose un'infinit di rapporti che non esistono per il resto
degli animali. Cos i suoi interessi sono ampi, sono in gran
numero: egli studia tutto, si crea bisogni, passioni di ogni
specie, ed  superiore alle bestie per le proprie abitudini, come
per la ragione.
In effetti, le bestie, anche in societ, progrediscono solo quanto
ognuna avrebbe progredito separatamente. Il commercio di idee, che
il linguaggio d'azione stabilisce tra le bestie  molto limitato e
ogni individuo pu istruirsi quasi soltanto con la propria
esperienza. Se non inventano, se introducono solo perfezionamenti
limitati, se fanno tutti le stesse cose, non  perch si copino; 
perch sono tutti dello stesso stampo, agiscono tutti per gli
stessi bisogni e con gli stessi mezzi.
Invece gli uomini hanno il vantaggio di potersi comunicare tutti i
propri pensieri. Ognuno impara dagli altri, ognuno aggiunge ci
che trae dalla propria esperienza, e differisce dagli altri nel
modo d'agire solo perch ha cominciato copiando. Cos, di
generazione in generazione, l'uomo accumula conoscenze su
conoscenze. Essendo il solo capace di discernere il vero, di
sentire il bello, crea le arti e le scienze, e si eleva fino alla
divinit, per adorarla e ringraziarla dei beni che ha ricevuto.
Ma, per quanto il sistema delle sue facolt e delle sue conoscenze
sia incomparabilmente il pi esteso di tutti, fa tuttavia parte di
questo sistema generale che avvolge tutti gli esseri animali, di
questo sistema in cui tutte le facolt nascono da una stessa
origine, la sensazione, per uno stesso principio, il bisogno, in
cui si esercitano con uno stesso mezzo, l'associazione delle idee.
Sensazione, bisogno, associazione delle idee: ecco dunque il
sistema al quale bisogna riferire tutte le operazioni degli
animali. Se alcune delle verit che racchiude sono state
conosciute, nessuno fino a questo punto ne ha afferrato l'insieme,
n la maggior parte dei particolari.
. B. de Condillac, Opere, UTET, Torino, 1976, pagine 664-665 e
667-669.
